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7 Apr

Keith Hering: l’arte pop in mostra a Milano

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L’arte pop di Keith Hering sbarca a Milano con 110 opere tra cui molte  inedite e mai esposte a Palazzo Reale fino al 18 giugno.

© Keith Hering

© Keith Hering

I suoi Radiant babies (omini che irradiano) e i Barkings dogs (cani che latrano), immersi in un flusso grafico che ha dato vita a un linguaggio visuale inedito e inconfondibile, colorano gli spazi pubblici di molte città del mondo.

Destinato a diventare uno degli esponenti più rappresentativi e originali della corrente neo pop, Haring nasce in Pennsylvania il 4 maggio 1958. Inizia a lavorare per le strade di New York negli anni ottanta, nel momento di massima espansione del mercato e dell’interesse per l’arte contemporanea. Trova subito il suo mezzo e il suo stile, una sorta di marchio di fabbrica: disegna pupazzi stilizzati sulle metropolitane newyorchesi con un gessetto bianco spesso in fuga dalla polizia.

Penso di essere nato artista; penso di avere la responsabilità di riuscirci. Ho trascorso la mia vita fino a questo punto cercando solo di capire che cosa sia questa responsabilità. Ho imparato studiando le vite di altri artisti e studiando il mondo. Adesso vivo a New York City, che a mio parere è il centro del mondo. Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare. Disegnerò il più possibile, per tutte le persone possibili, il più a lungo possibile. Disegnare è fondamentalmente sempre la stessa cosa dai tempi della preistoria. Unisce l’uomo e il mondo. Vive attraverso la magia.

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© Keith Hering

IMG_1111La mostra affianca le opere di Haring a quelle di autori di epoche diverse a cui l’artista si è ispirato e che ha reinterpretato con il suo stile unico e inconfondibile, in una sintesi narrativa che mette insieme tradizione classica, arte tribale ed etnografica con l’ immaginario gotico o di cartoonism.
Il suo progetto è sempre stato di ricomporre i linguaggi dell’arte in un unico personale ed universale, immaginario simbolico. Riscoprire l’arte come testimonianza di una verità interiore che pone al suo centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale.
Nel corso della mostra scopriamo che Haring non è stato ‘solo’ uno dei più grandi protagonisti della controcultura della  street art ma anche un uomo colto, profondo conoscitore dei linguaggi dell’arte e delle opere dei suoi grandi interpreti nel corso dei secoli.
L’inedito punto di vista proposto dal curatore Gianni Mercurio prevede infatti come vi ho già accennato un percorso espositivo dove i lavori dell’artista americano sono accostati alle opere d’arte che lo hanno ispirato. Personalmente mi ha colpito molto l’accostamento tra “la colonna traiana” ed i suoi graffiti come indiscussi esempi antichi e moderni di “story telling”.

IMG_2068Altra opera estremamente interessante è un dipinto  degli anni Ottanta – Untitled, del 1986 –che è descritto in maniera significativa soprattutto per sottolineare il rapporto di Haring con la tradizione della pittura “colta”, quella cristiana medievale in particolare, e sul ruolo del pubblico nella definizione del senso di un’opera d’arte. Folgorato dalla visita alla retrospettiva di Alechinsky del 1977 , dalla quale ricavò una maggiore sicurezza nei propri mezzi e obiettivi, così come dalla partecipazione a un seminario tenuto da Christo , che accese in lui la voglia di dar vita a lavori capaci di “agire” sulle persone che li avessero visti, cambiandoli, Haring studiò la vita e il lavoro di molti artisti con i quali sentiva di avere una qualche forma di sintonia – da Matisse a Picasso, da Klee a Pollock – nella consapevolezza precoce di appartenere a una grande famiglia le cui radici affondano inevitabilmente fin nella preistoria

Andy Mouse - © Keith Hering

Andy Mouse

Amici e  protagonisti dell’epoca: una giovanissima Veronica Ciccone, grande amica di Haring,  Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, i galleristi newyorchesi. Nelle sue opere i temi dell’epoca: la scoperta dei muri della subway dove vennero creati i primi graffiti, l’abuso di droghe e infine  l’Aids, terribile malattia che falciò la comunità di gay e artisti nel quale Haring viveva e che alla fine colpì anche lui, portandoselo via a soli 32 anni.

Il mentore, o forse più il cicerone, di Keith Haring una volta arrivato a New York è stato senza dubbio Andy Warhol, che l’artista ha voluto poi celebrare in un’opera che esiste in diverse versioni: Andy Mouse. Più volte dirà di aver fatto quel ritratto per dare il giusto peso culturale a Warhol, rappresentandolo come parte integrante della cultura pop americana.

Per capire un genio: la mostra di Keith Haring a Milano

© Keith Hering

La mostra presenta come prima immagine uno dei suoi omini (Untitled, 1981) con il ventre forato, dettaglio ispirato dall’assassinio di John Lennon, ma con anche le braccia alzate e le gambe divaricate a formare la grande “X” dell’Uomo Vitruviano di Leonardo e si conclude con Performance, una sala video con filmati delle sue incursione nella metro, mentre inventava immagini davanti a un pubblico chiamato ad assistere alla creazione.

Per Haring dipingere era un atto performativo e il dipinto una volta finito non apparteneva più all’artista ma al pubblico – spiega Mercurio curatore della mostra – infatti, la maggior parte delle sue opere non furono titolate, tranne che per qualcuna come Unfinisched Painting del 1989, tela creata a pochi mesi dalla morte, per gridare con forza che non voleva un’interruzione.

 

L’ immagine del non finito ma infinito  fa da cover alla locandina della mostra e vi invitiamo a visitare questa bellissima mostra  personalmente una fantastica scoperta del mondo di Haring.

 

Sara Falciani
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